Bruce Springsteen, Stolen Car (track version)
In una casetta carina in una bella cittadina
Ci siamo sposati e abbiamo giurato che mai ci saremmo lasciati
Poi a poco a poco i nostri cuori si sono allontanati
Ora sto guidando un auto rubata in una notte nera come la pece
E sto facendo del mio meglio per superarla
Sono qui seduto al semaforo della Stanton
Voglio essere preso ma non succede mai
All'inizio pensavo fosse solo inquietudine
Che si sarebbe dissolta col tempo e con il crescere del nostro amore
Ma alla fine c'era qualcosa in più, credo
Che ci ha divisi e fatto soffrire
E io sto guidando un auto rubata aspettando quella piccola luce rossa
Continuo a dirmi che ogni cosa andrà bene
Ma corro nella notte e viaggio nella paura
Che in questa notte io potrei scomparire
Lei mi ha chiesto se ricordavo le lettere che le ho scritto
Quando il nostro amore era giovane e noi eravamo forti
Mi ha detto che ha letto quelle lettere la scorsa notte
E che l'hanno fatta sentire vecchia di cent'anni
C'è un fiume che corre vicino a quella piccola città
Fino al mare
E' stato lì nell'ombra che mi sono disteso
C'è una festa questa notte al County Line
Si ballerà giù al Seven Trees
Da queste sponde posso vedere le luci di quei party brillare
Forse lei è là, forse mi stà aspettando
L'altra notte ho sognato di chiamarla
Le ho giurato di tornare per rimanere per sempre
Ancora una volta ripercorrevamo i passi del matrimonio al Victory Hall
E camminavamo mano nella mano attraverso la porta della cappella
Mi ricordo quanto bene mi sono sentito dentro
Quando il prete ha detto "Figliolo, puoi baciare la sposa"
Ma appena mi sono chinato per toccare le sue dolci labbra
Le ho sentite scivolare via attraverso la punta delle dita
E sto guidando un auto rubata in una notte nera come la pece
Continuo a dirmi che ogni cosa andrà bene
Ma corro nella notte e viaggio nella paura
Non importa cosa faccio, o dove guido
Nessuno mi vede quando corro via
14 giugno 09
Paradiso, XV, vv. 32-36
e quinci e quindi stupefatto fui;
ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso.
Sottrazione di vita
DR
[da "clanDestino ZOOM - ogni settimana uno sguardo realistico (e perciò poetico) al mondo"]
LECTURA DANTIS/ Se una poetessa russa impara l’italiano per leggere la Commedia
Mercoledì scorso nelle aule dell’Università degli Studi di Milano uno tra i maggiori poeti russi contemporanei, Ol’ga Sedakova, ha commentato i canti XXVII-XXVIII-XXIX del Purgatorio di Dante all’interno del ciclo di incontri di Esperimenti Danteschi.
L’iniziativa, sostenuta dall’Università e patrocinata dal Comune di Milano, è sorta cinque anni fa dall’idea di un gruppo di studenti appassionati al poema dantesco, che desideravano approfondirne lo studio e – come recita la prefazione al volume degli atti delle conferenze dell’edizione del 2008 – «coinvolgere alcuni professori in un ciclo di incontri che consentisse, nell’arco di tre anni di completare la lettura integrale della Commedia, sacrificata dai programmi ministeriali dell’università riformata. Da una amicizia giocata nella comune passione per la letteratura e per Dante, divenuta presto contagiosa, dall’incontro libero e appassionato, a tratti perfino acceso, tra docenti e studenti è nata un’iniziativa che a ben vedere non fa altro che riproporre lo spirito che ha dato origine all’universitas del XII secolo». La prima edizione, svoltasi nel 2005, è stata dedicata all’Inferno: sono stati invitati i più importanti dantisti del mondo, impegnati nella lettura di due o tre canti assegnati dagli studenti. Ad essa sono seguite le letture integrali di Purgatorio e Paradiso, fino al 2007. Il grande successo e l’interesse dimostrato dai numerosi partecipanti, studenti e semplici appassionati, ha spinto a organizzare un nuovo ciclo, iniziato lo scorso anno e coronato, per la prima volta, dalla pubblicazione di un volume.
Ma torniamo a Ol’ga Sedakova. Da dove è potuto sorgere l’incontro così peculiare tra una poetessa russa e Dante? La risposta è contenuta in un’osservazione che la Sedakova ha proposto alla conferenza tenuta lo scorso anno sempre nell’ambito di Esperimenti danteschi: «Dante non è solo arte che genera arte. Egli è anche pensiero che genera pensiero. E di più: esperienza che genera esperienza. L’ultima cosa, forse, per me è la più importante».
Olga Sedakova, erede di Anna Achmatova, Osip Mandel’štam, e della grande tradizione poetica russa, è stata poeta del samizdat – la cultura “sommersa” negli anni del regime sovietico – e ha cominciato ad essere pubblicata liberamente in Russia soltanto a partire dal ‘90. Non pubblicata non significa non letta: innumerevoli copie clandestine dei suoi versi venivano passate di mano in mano, a rischio e pericolo di chiunque ne fosse in possesso. Anche ritrovarsi insieme ai propri amici per leggere gli autori proibiti dalla censura era considerata un’attività sovversiva. Che cosa spingeva uomini già privati dello stretto necessario a rischiare tanto per poter leggere insieme dei versi? «Non c’era nessuna organizzazione predefinita, ma solo un gran bisogno di poesia, di una poesia che raccontasse delle questioni “radicali” dell’esistenza», risponde Olga Sedakova. «La felicità autentica ci si rivelava innanzitutto nell’arte, nell’arte che era stata cacciata dal paradiso sovietico: un’arte strana, inquietante, complessa, assolutamente diversa da tutto quello che avevamo intorno. La voce di quest’arte ci parlava della grandezza e della libertà dell’anima. Ci infondeva l’amore a ciò che Mandel’štam chiamava “boccata d’aria rubata” e ad ogni espressione dell’uomo che si raddrizzava in tutta la sua statura: la statura del pensiero, del cuore, dell’anima».
Il bisogno dell’arte coincideva dunque con l’esigenza più profonda della persona, un’esigenza vitale quanto il respiro. Questo bisogno era vivissimo anche nella Sedakova, al punto che decise di imparare l’italiano per poter leggere Dante in lingua originale. Alla fine degli anni ‘70 Ol’ga Sedakova e alcuni amici cominciarono così ad incontrarsi per leggere insieme i versi della Commedia, dando vita ad una sorta di clandestina lectura Dantis: una situazione del tutto sui generis per un’epoca in cui il regime tentava di impedire qualsiasi forma di incontro spontaneo e di reale condivisione.
Sono stati proprio questi stessi caratteri “sovversivi” che hanno spinto la Sedakova a partecipare ad Esperimenti Danteschi, quest’anno per la seconda volta. Nei canti XXVII-XXVIII-XXIX del Purgatorio la Sedakova si concentrata in particolare sul tema del Paradiso Terrestre, in cui viene messa a fuoco la natura dell’esperienza profondamente umana della poesia: «Questo istante di verità, questo mirabile oblio di ogni possibilità di errore e fallimento, della propria dolorosa imperfezione, è ciò che l’uomo chiama felicità pura. Il dono della poesia come tale, indipendentemente dai suoi contenuti concreti è il dono di questa felicità, il dono della memoria dell’Eden».
«In questo gruppo di canti, e solo qui, noi vediamo Dante-poeta nello stretto senso della sua professionalità: vediamo che cosa sia la passione letteraria, la gratitudine al modello, la riconoscenza dell’autore al lettore, che non vien meno neppure dopo la tomba; che cosa sia la fede dei poeti nell’immortalità delle proprie dette e inchiostri (entrambi i termini stanno ad indicare i versi): Che Lete non può torre ne far bigio. L’influsso del modello virgiliano viene assimilato all’azione del fuoco, che accende il fuoco del successore, e l’“autore” venerato diviene più caro del padre e della madre. Il rapporto di Stazio nei confronti di Virgilio e di Dante verso Guido Guinizelli (padre del «dolce stil novo») è più caloroso dei legami di sangue. Virgilio è, infatti, lo piu’ che padre».
(Vera Pozzi)
Negra Sombra
Cando penso que te fuches,
negra sombra que me asombras,
ó pé dos meus cabezales
tornas facéndome mofa.
Cando maxino que es ida,
no mesmo sol te me amostras,
i eres a estrela que brila,
i eres o vento que zoa.
Si cantan, es ti que cantas,
si choran, es ti que choras,
i es o marmurio do río
i es a noite i es a aurora.
En todo estás e ti es todo,
pra min i en min mesma moras,
nin me dexarás ti nunca,
sombra que sempre me asombras.
Rosalia De Castro (Follas Novas, 1880)
Quando penso che tu sia fuggito, la tua ombra scura mi sorprende e ritorni ai piedi del mio capezzale cogliendomi di sorpresa. Quando immagino che tu te ne sia andato, ti mostri nel sole stesso, sei la stella che brilla, il vento che fischia. Se cantano sei tu che canti, se piangono sei tu che piangi, sei il fremito del fiume, sei la notte e l’aurora.Tu sei in tutto e sei tutto per me. In me dimori. Non lasciarmi mai, ombra che sempre mi sorprendi.
Pirandello
L'altro:- Ah, tu così ragioni? Questo prima di tutto, l'ha detto Pascal. Ma va' avanti! va' avanti, perdio! Dimmi ora che significa. Significa che la grandezza dell'uomo, se mai, è solo a patto di sentire la sua infinita piccolezza! Significa che l'uomo è solo grande quando al cospetto dell'infinito si sente e si vede piccolissimo; e che non è mai così piccolo, come quando si sente grande! Questo significa! E che conforto e che consolazione ti può venir da questo?
Buona Pasqua!
Benedetto XVI
«Deturpata? Era bella, sette giorni fa» (da avvenire, 11.2.08)
«Non è possibile che Beppino abbia detto questo», mormorava ieri a Lecco suor Rosangela, dopo aver letto sul 'Corriere' di una Eluana che pesava 35 chili e il cui volto era deturpato dalle piaghe. «Forse si riferiva a questi ultimi giorni, dall’arrivo a Udine, ma come può essere cambiata così?», si chiedeva senza capire... Una settimana senza più cure né sollievi e quattro giorni senza cibo né acqua, sospesi per intero e all’improvviso, sono torture, è vero, ma possono bastare? «Da qui è andata via che era bella - taglia corto la suora - , del resto verranno pur fuori le cartelle cliniche, basterà andare a leggere l’ultimo bollettino di Defanti prima della partenza da Lecco. È scritta ogni cosa, qui in collaborazione con lui si seguiva un percorso ben preciso e dettagliato, risulterà tutto». E le accuse di Beppino? Alza le spalle lasciando trasparire solo affetto. «È un uomo tutto da capire». Ora che importanza può avere che Eluana avesse un aspetto salubre o malato, che fosse magra o in carne? Oggi davvero tutto questo sarebbe abissalmente lontano, persino grottesco. Se non fosse che quel corpo, anche ora che tace, continua a parlare, eccome se parla. E racconta anni di assistenza perfetta a tutti i livelli. O invece altrettanti anni di «violenze subìte», a sentire chi vorrebbe una Eluana scarnificata, «dalla faccia che si era rinsecchita come il resto del corpo», che « pesava meno di 40 chili » , le cui «braccia e gambe erano rattrappite » , con il viso tutto piagato da « quelle lacerazioni che ai vecchi vengono sul sedere o sulla schiena ma a lei anche in faccia»... Questo si leggeva infatti sul 'Corriere della Sera' di ieri a firma Marco Imarisio, questo il papà di Eluana gli riferiva « ancora ieri mattina » ( cioè lunedì 9, giorno della morte), offrendo un quadro raccapricciante dello stato di sua figlia (che lui ha visto per l’ultima volta martedì 3, il giorno dopo l’arrivo a Udine). Bisognerebbe solo tacere, adesso, ma simili dichiarazioni disorientano un’opinione pubblica che non sa più dove sta la verità e ha diritto di sapere: perché l’uccisione di Eluana non è (e non è mai stata) un fatto privato, e oggi sostenere che fosse in stato terminale, un lumicino che attendeva solo un soffio per spegnersi, suona come una gravissima e fuorviante deriva. L’ennesima. Difficile, peraltro, da sostenere: non solo lo stesso neurologo Carlo Alberto Defanti ancora l’al- troieri (lunedì 9), non prevedendo il crollo della paziente, insisteva sulle sue 'ottime' condizioni fisiche («al di là della lesione cerebrale è una donna sana, mai una malattia, mai un antibiotico, probabilmente resisterà più a lungo della media»), ma curiosamente lo stesso ' Corriere' per due giorni consecutivi ha affidato a un’altra dei suoi inviati a Udine la descrizione dello stato di Eluana, di segno opposto a quella del collega: per altri tre o quattro giorni, scriveva infatti Grazia Maria Mottola sabato 7 febbraio, «il suo volto resterà ancora intatto, le guance piene, gli occhi allungati, le labbra rosa... » , certo, aggiungeva poi, non ha più l’ombretto azzurro sulle palpebre né le pose da modella delle foto di vent’anni fa, ma è «pur sempre bella anche oggi, soprattutto per la pelle, ancora bianca e distesa». Solo tra qualche giorno, diceva dopo aver sentito Defanti e De Monte, « il viso comincerà ad affilarsi, e zigomi e naso spunteranno sempre più pronunciati. Ma nessuno permetterà che la sua pelle si raggrinzisca e perda il candore». Ancora lo stesso quotidiano e la stessa cronista, domenica 8 febbraio, dedica un intero articolo a descrivere un’Eluana che è ovviamente « l’immagine sbiadita della bruna stupenda» di un tempo, ma ha gli stessi lineamenti solo più delicati ed è ancora bella. La giornalista rivela di averla vista dal vivo nella stanza di Lecco più volte, anche a ottobre nel giorno in cui un’emorragia se la stava portando via. Anche in quelle condizioni «la pelle è chiara e distesa, gli occhi profondi che non si fermano mai», ma la bocca «si apre e si chiude boccheggiando » per la morte che pare imminente. Invece la crisi passa e pochi giorni dopo «il viso è sempre lo stesso», la vita riprende i suoi ritmi con « le passeggiate in carrozzella, la ginnastica tra le mani delle suore » . E, aggiungiamo noi, di quattro fisioterapisti che tutti i giorni si alternavano per tenere tonici i muscoli e sano il fisico. Girata continuamente nel letto antidecubito, Eluana non aveva una piaga e i suoi arti erano sodi grazie alla ginnastica passiva, quella che migliaia di altri pazienti in stato vegetativo purtroppo non ottengono, dati i costi di simili trattamenti. Allo stesso Defanti la sera dell’emorragia avevamo chiesto personalmente come Eluana potesse essere così florida e sana, senza una piaga, e il medico aveva attribuito senza esitazioni il merito «a queste suore che volontariamente la assistono con una competenza e abnegazione che io non ho mai visto altrove». E così stridono ancora di più le ultime dichiarazioni rilasciate ieri sera da Beppino al tg del Friuli: «Non perdòno la mancanza di rispetto nei riguardi di Eluana e della mia famiglia tutti questi anni. Eluana ha subìto non un accanimento terapeutico, ma una violenza terapeutica: non voleva che nessuno le mettesse le mani addosso e loro lo hanno fatto continuamente per 17 anni». Anche dinanzi a insinuazioni ingiuriose le suore chiedono solo silenzio e preghiera, e ancora ieri si preoccupavano per Beppino, l’uomo che hanno sempre rispettato al punto da essere state inflessibili guardiane di quella figlia diventata anche loro, al cui capezzale non accedeva nessuno - senza eccezioni se non era accompagnato dallo stesso Englaro. Ieri per ultima alla ridda di voci si è aggiunta quella di Marinella Chirico, giornalista Rai, che domenica pomeriggio, quando Eluana era già priva di cibo e acqua da tre giorni, proprio da papà Beppino è stata fatta entrare nella stanza della figlia assieme al fratello Armando Englaro: «Mi ha chiesto di vederla perché critiche 'ferocissime e crudeli' mettevano in dubbio il suo stato reale», spiega la collega, che là dentro 'scopre' che Eluana, dopo 17 anni di stato vegetativo, «è irriconoscibile rispetto alle foto » ( di venti anni prima e di ragazza sana), che è «una donna completamente immobile», che «gli infermieri sono costretti a girarla ogni due ore», per evitare il decubito (come a Lecco si è fatto per 15 anni), che solo le orecchie «presentano lesioni» in quanto «unica parte del corpo non tutelabile nemmeno girandola»… C’è da chiedersi come immaginava che fosse uno stato vegetativo (incontrare questi pazienti è sempre una delle esperienze più toccanti) e se avesse nella sua vita avvicinato già altri pazienti del genere (ma certo non curati come Eluana). A questo punto, però, di «ferocissimo e crudele» c’è solo un terribile sospetto: se davvero una settimana nella casa di riposo di Udine è bastata, come dice la Chirico, a fare di Eluana un corpo la cui vista era 'devastante', che cosa le hanno fatto? Come si distrugge in sette giorni un equilibrio stabile da quindici anni? Per Eluana ormai non c’è più nulla da fare, ma a chi di dovere ora almeno l’obbligo di far emergere tutta la verità. Suor Albina, che con suor Rosangela e le altre sorelle ha curato per 15 anni Eluana alla clinica 'Talamoni' di Lecco
Lucia Bellaspiga
Don Aldo Trento restituisce l'onorificenza a Napolitano (dal foglio)
"La vedova Coletta: un sacrificio misterioso che ci fa sperare"
"Che spettacolo, il rovesciamento cosmico fatto dal grande Nemico dell’uomo"
Luigi Amicone
11 febbraio 09
ELUANA - «CI VORREBBE UNA CAREZZA DEL NAZARENO»
La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande. Anzi. Non è tutto finito, come un fallimento della speranza per chi la voleva ancora in vita, o come una liberazione per chi non riteneva più sopportabile quella situazione. Proprio ora la sfida si fa più radicale per tutti. La morte di Eluana urge come un pungolo: come ciascuno di noi ha collaborato a riempire di senso la sua vita, che contributo ha dato a coloro che erano più direttamente colpiti dalla sua malattia, cominciando da suo padre?
Quando la realtà ci mette alle strette, la nostra misura non è in grado di offrire il senso di cui abbiamo bisogno per andare avanti. Soprattutto, di fronte a circostanze dolorose e ingiuste, che non sembrano destinate a cambiare o a risolversi, viene da domandarsi: che senso ha? La vita non è forse un inganno?Il senso di vuoto avanza, se rimaniamo prigionieri della nostra ragione ridotta a misura, incapace di reggere l’urto della contraddizione. Ci troviamo smarriti e da soli con la nostra impotenza, col sospetto che in fondo tutto è niente.
Possiamo «riempire di senso» una vita quando ci troviamo davanti a una persona come Eluana? Possiamo sopportare la sofferenza quando supera la nostra misura? Da soli non ce la facciamo. Occorre imbattersi nella presenza di qualcuno che sperimenti come piena di senso quella vita che noi stessi invece viviamo come un vuoto devastante.
Neanche a Cristo è stato risparmiato lo sgomento del dolore e del male, fino alla morte. Ma che cosa in Lui ha fatto la differenza? Che fosse più bravo? Che avesse più energia morale di noi? No, tanto è vero che nel momento più terribile della prova ha domandato che gli fosse risparmiata la croce. In Cristo è stato sconfitto il sospetto che la vita fosse ultimamente un fallimento: ha vinto il Suo legame col Padre. Benedetto XVI ha ricordato che per sperare «l’essere umano ha bisogno dell’amore incondizionato. Ha bisogno di quella certezza che gli fa dire: “Né morte né vita… potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù” (Rm 8,38-39). Se esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta, allora – soltanto allora – l’uomo è “redento”, qualunque cosa gli accada nel caso particolare» (Spe salvi 26).
La presenza di Cristo è l’unico fatto che può dare senso al dolore e all’ingiustizia. Riconoscere la positività che vince ogni solitudine e violenza è possibile solo grazie all’incontro con persone che testimoniano che la vita vale più della malattia e della morte. Questo sono state per Eluana le suore che l’hanno accudita per tanti anni, perché, come ha detto Jannacci, anche oggi «ci vorrebbe una carezza del Nazareno, avremmo così tanto bisogno di una sua carezza», di quell’uomo che duemila anni fa ha detto, rivolgendosi alla vedova di Nain: «Donna, non piangere!».
Comunione e Liberazione
10 febbraio 2009
http://www.clonline.org/articoli/ita/volantinoEluana.pdf
MARGHERITA COLETTA Vi racconto Beppino ed Eluana (di Pino Ciociola)
Ha chiamato ancora papà Beppino ieri mattina poco prima delle nove: «Ma nemmeno l’hai accompagnata Eluana?», gli ha detto subito. Margherita Coletta è la vedova di Giuseppe, carabiniere assassinato a Nasiriyah il 12 novembre 2003, nell’attentato che spazzò la base italiana “Maestrale”, carabiniere che non aveva mai ucciso e che sceglieva le missioni all’estero per aiutare i bimbi più indifesi, quelli colpiti dalla guerra. Lo faceva per ritrovare il sorriso di suo figlio Paolo, morto a sei anni stroncato dalla leucemia: «Quando capimmo che era finita e i medici ce lo spiegarono chiaramente - racconta lei - facemmo interrompere la chemioterapia».Margherita in questi mesi è volata dalla Sicilia a Lecco per andare a trovare Eluana, accompagnata da Beppino. Spesso e a lungo l’ha accarezzata, l’ha baciata, le ha parlato. E spesso ha parlato col papà, scontrandosi anche duramente, ma senza che mai lui le negasse il dialogo: in qualche modo forse sono diventati amici. Ecco perché ancora ieri mattina lei gli ha telefonato dicendogli: «Speravo che coi giorni fossi rinsavito».Cos’ha provato, Margherita, entrando nella stanza di Eluana?La prima volta mi sono fermata sulla soglia della sua porta. Pensavo di essere più forte. Ho respirato a fondo, poi sono entrata. Quando l’ho vista, abituata com’ero alle foto di lei ragazza, mi ha scosso, oggi è una donna. Ma poco dopo è diventato tutto così normale, come fossi a trovare una persona in ospedale. Anzi, ho sentito tanta dolcezza e nessun ribrezzo e pena. Né ho visto alcun “sacco di patate”, come qualcuno descrisse Eluana, ma una persona che è tutt’altro. Una persona.La sensazione più bella?Quando l’ho accarezzata. Con la sensazione netta, nettissima, che lei avvertisse le carezze. Certo è che pensavo di andare a dare io a lei, invece ho ricevuto assai più di quanto le abbia dato.Cosa?La maggior certezza nelle cose in cui credo. La consapevolezza che non si può ridurre una persona alla sua forma fisica.Papà Beppino la accompagnava in quella stanza?Sì. La prima volta che l’ho incontrato mi aveva fatto molta tenerezza: pensavo a mio marito Giuseppe, a quando è morto nostro figlio. E poi mi sembrava quasi di parlare con mio padre: mi diceva «sei una birba».Adesso è cambiato qualcosa?Rispetto comunque Beppino e provo sempre grande affetto per lui. Ma non è giusto quello che sta facendo. I figli non sono di nostra proprietà: ci sono soltanto affidati. Ci prendiamo cura di loro, li aiutiamo, li assistiamo e semmai li accompagniamo alla morte, preparandoli se deve accadere, anche da piccoli. Ma lui non si rende conto di tutto questo, si sente incapace di tornare indietro: credo sia soprattutto lui in uno stato simile a quello vegetativo. Quando si risveglierà da questo torpore si renderà conto e starà male, tanto.Lei che rapporto ha, Margherita, col papà di Eluana?Ci siamo confrontati tante volte, ma è sempre stato cortese con me. È convinto di quanto fa, forse perché non vede più Eluana come lui la vorrebbe. Ma a me pare evidente che in qualche modo sia stato plagiato da tanta gente alla quale non interessa nulla di Eluana. E lui ora è strumentalizzato, è finito in un vortice: ha anche momenti nei quali io credo vorrebbe tornare indietro, perché non pare convinto fino in fondo di quanto sta facendo, ma non ne ha la forza.Com’era trattata Eluana nella casa di cura lecchese?Come una regina. Le suore che le stanno accanto ogni giorno la curano, la lavano, la portano a spasso sulla carrozzella. Addirittura la depilano, perché Eluana come ogni ragazza non sopportava d’avere peli sulle gambe.E come sta?Lei è una donna. Una donna di trentotto anni: ha la mia stessa età. Ha il ciclo mestruale come ogni donna. Apre gli occhi di giorno e li chiude la notte. Respira benissimo e da sola, serenamente. Il suo cuore batte da solo, tenace e forte. Ci sono momenti nei quali forse sorride e atri nei quali forse socchiude gli occhi. Ma quanti sanno davvero che Eluana non è attaccata a nessuna macchina? Quanti sanno che nella sua stanza non c’è un macchinario, ma due orsacchiotti di peluche sul suo letto? Che non ha una piaga da decubito? Che in diciassette anni non ha preso un antibiotico?La notte scorsa hanno portato Eluana a morire: lei, Margherita, cosa sta provando?Ho un pugnale dentro. Prego, spero fino all’ultimo che lui si renda conto di quel che sta facendo. Quanto sia sbagliato. Quanto non sia paterno. Quanto non sia umano. Io so che lui soffre dentro di sé, e tanto.Ci ha parlato appena ieri mattina: secondo lei cosa prova Beppino?Non so come possa vivere con un peso addosso come questo: Eluana da diciassette anni è in quelle condizioni, ma lui fino a ieri mattina non si era mai svegliato sapendo che sua figlia sta per morire.Come mai, Margherita, lei e suo marito Giuseppe decideste d’interrompere la chemioterapia a vostro figlio?Paolo ne aveva fatti quattro cicli, ne mancavano due, ma ormai il male aveva invaso tutto il suo corpo e i medici ci spiegarono bene la situazione. I dolori e il vomito e tutte le devastazioni provocate dalla chemio a quel punto sì che sarebbero state accanimento terapeutico: così ci fermammo, affidandoci e affidando Paoletto a Dio.Perché invece con Eluana non ci sarebbe accanimento terapeutico?Ma Eluana non ha una malattia, non è terminale, non ha un dolore, non ha un macchinario nella stanza, non c’è nulla che possa far pensare ad un accanimento per tenerla in vita! È accudita, curata, amata. La si deve solamente aiutare a mangiare!Beppino però sostiene che la morte di Eluana servirà a liberarla…Liberarla da cosa? Come fa lui a sapere che lei è in catene? Una persona che soffre lo si vede. Non lo capisco proprio cosa voglia dire Beppino, cerco di sforzarmi, ma non ci arrivo.Quella giovane donna da ieri è ricoverata nella sezione maschile del “Reparto Alzheimer” della clinica udinese “La Quiete”…Ma si rende conto?! È lì, da sola, con nessuno che la conosce, che l’ha curata, che la ama, perché le suore di Lecco la amano: se sapesse ieri sera (lunedì; ndr) quando ho chiamato suor Rosangela come piangeva. Anzi, mi permetta di ringraziare proprio le suore della casa di cura “Beato Talamoni” e tutte le persone che per quindici anni hanno avuto quella tale cura per Eluana.Margherita, ma perché lei decise d’andare a trovarla?Non lo so. Una sera ero a casa, ho visto la notizia al telegiornale e ne ho avuto il desiderio. So di non valere nulla, ma ho cercato il numero di Beppino, perché volevo fargli sentire la mia vicinanza. L’ho chiamato, gli ho spiegato chi ero e che sarei stata felice se avessi potuto incontrare Eluana. Lui fu molto gentile, mi disse: «Signora, davanti al suo dolore m’inchino e mi fa piacere se viene». Appena poi arrivai a Lecco, mi chiese subito: «Margherita, tu da che parte stai?».Lei cosa gli rispose?«Beppino, io non sto dalla parte di nessuno: sono venuta a trovare Eluana come se tu fossi venuto a trovare un mio parente caro»: andai da lei non per far cambiare idea a Beppino né per altro, solo perché mi era sembrato giusto farlo. Come mai lei ha accettato di raccontare tutto questo solamente adesso?Beppino sa che io non avrei mai detto nulla e l’ha visto finora. Però è giunto il momento di dare voce a Eluana.Un’ultima domanda, Margherita: ha speranze per Eluana?La prima volta andai a trovarla nel novembre scorso: le promisi che sarei tornata a Natale e Beppino, certo e tranquillo mi disse: «A Natale non ci sarà più». Io le sussurrai nell’orecchio sotto voce «non ti preoccupare, ci rivediamo» e così poi è stato.
APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PER SALVARE LA VITA DI ELUANA ENGLARO
Signor Presidente,
la tragica fine che si prospetta per Eluana Englaro non lascia indifferente la coscienza civile dell'Italia.Eluana è portata a morte senza che sia stata accertata in maniera incontrovertibile la sua volontà, né l'irreversibilità del suo stato vegetativo.
Eluana rischia dunque di morire sulla base di una volontà solo presunta, e sarebbe l'unica persona a subire una tale sorte, poiché nessuna delle leggi sul fine-vita in discussione in Parlamento permetterà più questo obbrobrio.
Signor Presidente, Le chiediamo fermamente di non permettere questa tragedia, che sarebbe un insulto sanguinoso alla storia, alla cultura, all'identità stessa del nostro Paese, convinti come siamo che nessuno deve essere costretto a morire per un formalismo giuridico.
Le chiediamo un intervento perché – di concerto con il Governo – sia data una moratoria alla sospensione dell'alimentazione e idratazione cui è sottoposta Eluana, in attesa che il Parlamento – nelle cui fila si è già appalesata un'ampia maggioranza in sintonia con la maggioranza che vi è nel Paese – possa pronunciarsi su un'adeguata legge.
Siamo certi che Ella non rimarrà insensibile al nostro appello
http://www.appellonapolitano.enter.it/
Chi può firmi questo appello!
Bruce Springsteen - Bobby Jean (da Born in the USA)
Well I came by your house the other day, your mother said you went away
She said there was nothing that I could have done
There was nothing nobody could say
Me and you we've known each other ever since we were sixteen
I wished I would have known I wished I could have called you
Just to say goodbye Bobby Jean
Now you hung with me when all the others turned away turned up their nose
We liked the same music we liked the same bands we liked the same clothes
We told each other that we were the wildest, the wildest things we'd ever seen
Now I wished you would have told me I wished I could have talked to you
Just to say goodbye Bobby Jean
Now we went walking in the rain talking about the pain from the world we hid
Now there ain't nobody nowhere nohow gonna ever understand me the way you did
Maybe you'll be out there on that road somewhere
In some bus or train traveling along
In some motel room there'll be a radio playing
And you'll hear me sing this song
Well if you do you'll know I'm thinking of you and all the miles in between
And I'm just calling one last time not to change your mind
But just to say I miss you baby, good luck goodbye, Bobby Jean
http://it.youtube.com/watch?v=_caz4qMxTH4
L'altro giorno sono andato a casa tuaTua madre ha detto che te n'eri andato
Mi disse che non avrei potuto farci niente
Non c'era niente che nessuno potesse dire
Io e te ci conosciamo fin da quando eravamo sedicenni
Avrei voluto saperlo
Avrei voluto poterti chiamare
Solo per dire arrivederci Bobby Jean
Sei rimasto con me quando tutti gli altri se ne andavano, storcendo il naso
Ci piaceva la stessa musica, ci piacevano le stesse band, ci piacevano gli stessi vestiti
Ci dicevamo che eravamo i più scatenati
Le cose più selvagge che avessimo mai visto
Ora speravo che me lo volessi dire
Avrei voluto poterti parlate
Solo per dire arrivederci Bobby Jean
Andavamo in giro sotto la pioggia e parlavamo del dolore che tenevamo nascosto al mondo
Adesso non ci sarà più nessuno, nessun luogo, mai più che mi capirà come te
Forse sarai in quella strada da qualche parte,
in viaggio in qualche bus o treno, nella stanza di qualche motel ci sarà una radio che suona
e tu mi ascolterai cantare questa canzone
Certo, se lo farai, sappi che sto pensando a te e tutte le miglia che stanno nel mezzo
e sto chiamando per l'ultima volta
Non per farti cambiare idea,
ma solo per dirti che mi manchi baby, buona fortuna, arrivederci Bobby Jean
da ilsussidiario.net
Lorenzo Albacete
mercoledì 28 gennaio 2009
Il 23 gennaio del 1974 partecipai a Washington alla prima “Marcia per la vita” per protestare contro la decisione di un anno prima della Corte Suprema (Roe vs. Wade), che aveva sancito come diritto costituzionale il procurare o effettuare aborti. A quel tempo l’atmosfera alla Marcia era piena di speranza e l’approvazione di un emendamento costituzionale per annullare la sentenza Roe vs. Wade appariva possibile a molti.
Quest’anno, trentaquattro anni dopo, l’atmosfera della Marcia era quella di un atto di testimonianza molto più che di strategia politica. L’elezione a presidente di Barack Obama, sostenitore della Roe vs. Wade (la cui costituzionalità è stata riaffermata dalla Corte Suprema), rende improbabile che la causa del movimento antiabortista trovi molti appoggi a livello politico. In effetti, la maggioranza degli americani sembra del tutto a suo agio con la legalizzazione dell’aborto.
Il giorno dopo la Marcia, il presidente Obama ha revocato il divieto dell’Amministrazione Bush di concedere finanziamenti federali a organizzazioni internazionali che promuovono l’aborto. Questo divieto fu introdotto da Ronald Reagan, rimosso da Carter, imposto di nuovo da Bush senior, cancellato da Clinton (nello stesso giorno della Marcia), ristabilito da Bush junior (nel giorno della Marcia) e ora annullato da Obama, mantenendo una promessa elettorale fatta alla sinistra del Partito Democratico. Il presidente Obama ha aspettato il giorno dopo la Marcia per emanare il suo provvedimento (e senza alcuna pubblicità alla sua firma), come gesto di rispetto, ha dichiarato, per il movimento antiabortista.
La posizione di Obama non è una sorpresa. Dopotutto, non vi è nessuna indicazione nella sua educazione che gli sia mai stato insegnato come affrontare in modo critico questo argomento. Sebbene cristiano battezzato, ha scelto di identificarsi in quanto tale solo in età adulta, sotto l’influenza di una comunità ecclesiale senza alcuna tradizione di una morale basata sulla “legge naturale”, ma piuttosto sull’enfatizzazione degli aspetti di giustizia sociale, occupandosi di discriminazione razziale e povertà seconda una secolarizzata ideologia progressista.
Nel periodo in cui si definiva un nero “americano”, l’influenza delle comunità battiste fondamentaliste nere si era indebolita parecchio, soprattutto nel Nord. La sua vita ecclesiale era essenzialmente la branca religiosa afroamericana della politica del Partito Democratico. Quando i ministri religiosi neri e i leader religiosi (come Jesse Jackson) abbandonarono le loro convinzioni religiose pro-life per essere accettati dal Partito, la causa liberal divenne essenzialmente pro aborto.
E poi c’erano i Democratici cattolici i quali, nella Chiesa divisa dalla condanna della contraccezione, trovarono preti, religiosi e teologi che li portarono a credere che potevano rimanere buoni cattolici senza opporsi alle politiche del loro partito in favore dell’aborto (solo qualche giorno fa, di fronte alle critiche anche di alcuni progressisti, la cattolica Nancy Pelosi ha difeso la promozione della contraccezione come componente necessaria del piano dell’Amministrazione per rivitalizzare l’economia).
I cattolici anti-aborto sono stati costretti a rifugiarsi tra le accoglienti braccia dei Repubblicani, ma nell’attuale disordine e tentativo di riposizionamento del Partito Repubblicano appare chiaro come, per attrarre i Democratici contrari all’aborto, molti Repubblicani avessero nascosto le loro posizioni in favore dell’aborto. Così, il movimento anti-aborto è rimasto senza una casa politica e, forse, questo si rivelerà una benedizione. Per ora, si tratta veramente in primo luogo di una questione di testimonianza piuttosto che di politica di partito.
dal ilsussidiario.net (sez.cultura)
Pigi Colognesi
mercoledì 28 gennaio 2009
Oggi è la festa di san Tommaso d’Aquino. Non è facilmente immaginabile che, per celebrarlo, qualcuno vada a leggersi un paio di articoli della gigantesca Summa. Semmai, qualche zelante potrebbe aver voglia di riguardarsi le pagine a lui dedicate sul suo manuale di filosofia. Del resto, quelli più recenti gli dedicano sempre meno spazio. Ma c’è una strada più agile e perfino divertente. Leggersi il ritratto che al grande filosofo e teologo del XIII secolo ha dedicato la penna arguta e ficcante di Chesterton (edizioni Lindau).
Il creatore di padre Brown ammette subito di non essere un filosofo competente. E questo per il lettore è un vantaggio, in quanto anche i contenuti più ardui gli sono resi accessibili da una scrittura brillante e molto evocativa. Pur non essendo filosofo, Chesterton ha un obiettivo squisitamente filosofico nel suo ritratto: far capire la grandiosa «svolta» che il monaco domenicano ha prodotto nel pensieri cristiano e occidentale in genere. Una svolta paragonabile a quella realizzata qualche decennio prima su un altro versante da san Francesco, cui lo stesso Chesterton aveva dedicato un precedente volume.
In cosa è consistita questa svolta? «Tommaso d’Aquino è stato uno dei maggiori artefici dell’emancipazione dell’intelletto umano… L’essenza della dottrina tomistica è che la ragione è degna di fede». Tommaso, infatti, si oppone radicalmente ad ogni scetticismo e ad ogni dualismo tra pensiero e realtà. Realtà sempre in primo piano nella sua riflessione e mai piegata alla tirannia delle idee o alla corrosione di una spiritualità evanescente. Qui sta il valore della sua riscoperta di Aristotele, che gli ha permesso di «salvare l’elemento umano nella teologia cristiana… Il suo aristotelismo significava semplicemente che lo studio dei fatti più insignificanti portava allo studio delle verità più importanti». Ne consegue l’inossidabile «ottimismo» che, secondo Chesterton, attraversa tutte pagine dell’Aquinate: «Nessuno può capire la filosofia tomista, e neanche la filosofia cattolica, a meno che non si renda conto che la sua parte fondamentale è la lode della Vita, la lode dell’Essere, la lode di Dio in quanto creatore del mondo».
Chesterton non si nasconde, anzi enfatizza, il fatto che l’impostazione tomista è oggi, dopo il trionfo di una visione pessimista e scettica, del tutto impopolare e persino difficile da comprendere. Proprio per questo egli cerca di rendere accessibili alcuni principio basilari del modo di ragionare di san Tommaso. Memorabili al riguardo le pagine in cui Chesterton spiega il significato della parola Ens, partendo dalla costatazione del prato verde fuori dalla finestra fino a giungere alla constatazione della diversità delle cose, alla loro non eternità (che non ne cancella l’essere), a Dio. «Il bambino è consapevole dell’Ens. Molto prima di sapere che l’erba è erba, e che lui è lui, sa che qualcosa è qualcosa. È su questa inezia che Tommaso costruisce tutto il lungo processo logico, che nessuno è mai riuscito a contestare, su cui fonda tutta la logica della cristianità».
Il ritratto chestertoniano non è però un trattato di filosofia in pillole. I tratti umani e spirituali di san Tommaso sono tracciati con estrema vivezza e con profonda arguzia sono contrapposti a tanti nostri modi di penare irragionevoli. Molti sono gli episodi narrati e uno merita di essere ricordato. Narrano i biografi del santo che una volta la voce di Dio chiese a san Tommaso una ricompensa per il suo grande lavoro. «Lui – annota Chesterton - non era una persona che non voleva nulla; era una persona enormemente interessata a tutto… Tra le migliaia di cose che avrebbero veramente soddisfatto il suo vasto e gagliardo appetito per l’immensità e la vastità dell’universo… Tommaso, con un’audacia quasi blasfema che è tutt’uno con l’umiltà della sua fede, disse: “Voglio avere Te”».