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mercoledì 27 gennaio 2010

sul treno (Il dottor Živago)

Allora, come un telegramma spedito in viaggio o come un saluto arrivato da Meljuzeev, entrava dal finestrino un profumo ben noto, che sembrava diretto proprio a Jurij Andrèevič, rivelandosi a lui, nel suo angolo, con silenziosa intensità. Quel profumo si manifestava con calma superiorità da chissà quale angolo appartato, ed emanava da altezze inusitate per i fiori dei campi e delle aiuole. Per la ressa, il dottore non poteva avvicinarsi al finestrino. Ma, anche senza guardare, li vedeva quegli alberi. Crescevano certo li vicino e protendevano tranquilli verso i tetti dei vagoni i loro rami fronzuti col fogliame polveroso per il passaggio dei treni e denso come la notte, fittamente ricoperto dalle piccolo ceree stelle delle infiorescenze. Per tutto il tragitto fu sempre la stessa cosa. Dappertutto folla che rumoreggiava, dappertutto tigli che fiorivano. L'incessante alitare di quel profumo sembrava precedere il treno in corsa verso il nord, come una voce di popolo che volava sui caselli, sulle stazioni sperdute, e che i viaggiatori ritrovavano sempre diffusa ovunque e confermata.

(B.Pasternak, Il dottor Živago, L'addio al passato, cap. 13 )
Pubblicato da Giulia alle 07:09 | 0 commenti  
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domenica 9 novembre 2008

da ieri sera

Questa sera, sotto le rocce rosse lunari, pensavo come sarebbe di una grande poesia mostrare il dio incarnato in questo luogo, con tutte le allusioni d'immagini che simile tratto consentirebbe. Subito mi sorprese la coscienza che questo dio non c'è, che io lo so, ne sono convinto, e quindi altri avrebbe potuto fare questa poesia, non io. Di qui ho pensato come dovrà essere allusivo e all-pervading ogni mio futuro argomento, allo stesso modo che dovrà essere allusiva e all-pervading la fede nel dio incarnato nelle rocce rosse, se un poeta se ne fosse servito. Perchè non posso trattare io delle rocce rosse lunari? Ma perchè esse non riflettono nulla di mio, tranne uno scarno turbamento paesistico, quale non dovrebbe mai giustificare una poesia. Se queste rocce fossero in Piemonte, saprei bene però assorbirle in un'immagine e dar loro un significato. Che viene a dire come il primo fondamento della poesia sia l'oscura coscienza del valore dei rapporti, quelli biologici magari, che vivono d'immagine nella coscienza prepoetica.

Da "Il mestiere di vivere", di C. Pavese
Pubblicato da Giulia alle 06:18 | 0 commenti  
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